Alexjan Carraturo

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Idioti in partenza

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Nota: Si tratta di un testo lungo, noioso, sovraccaricato di considerazioni personali e talvolta di fatti non dimostrabili. La lettura di questo testo non vi arricchirà in nessun modo. Considerato il livello della mia scrittura, posso garantivi che non sarà nemmeno piacevole. Io vi ho avvisato, poi fate voi.  

Io, l’Idiota

UnionJack

Io sono un idiota. Non è una sorpresa per molti che mi conoscono, e tutto sommato sopravvivo discretamente considerando le mie capacità intellettive; il mio status non è minimamente comparabile a quello dei così detti “cervelli”. I “cervelli” sono l’eccellenza, laureati con il massimo dei voti con tanto di PhD e post-doc, con pubblicazioni e ricerca.

Io invece, sono stato uno studente universitario sotto la media e mi sono laureato (a dimostrazione che anche gli idioti si laureano) decisamente fuoricorso, senza fare nessun PhD o master. Nonostante queste mie evidenti carenze accademiche, ho avuto molto più successo nel lavoro, nel quale, anche mentre ero ancora studente, mi sono sempre ritrovato più a mio agio (e con risultati decisamente migliori), pur lavorando in ambiente di alto livello tecnico ed ingegneristico. Non è stata una passeggiata, e richiedeva decisamente molto studio, ma su materie a me decisamente più consone. Non mi si fraintenda: non sto denigrando il lavoro accademico e di ricerca teorica, sto solo affermando che non fa per me. Per quel tipo di lavoro e di interessi ci sono appunto i cervelli.

Tale precisazione mi serve per far capire come tutto il seguente discorso non abbia nulla che fare con la mancanza di fondi per la ricerca in Italia, con il nepotismo universitario o con il totale disinteresse governativo per la cosa; sono problemi seri, di cui me ne dispiaccio veramente, ma che non hanno alcun attinenza con la mia storia. Se cercavate l’ennesima lamentela di un “cervello in fuga”, credo possiate fermare la vostra lettura a questo punto; non sono un cervello, e non sono “in fuga”.

 

La partenza

 

Torniamo a più di un anno fa: dopo una variegata carriera presso diverse aziende, costellata di stage, contratti a progetto, contratti a tempo determinato e via dicendo, avevo ottenuto un lavoro a tempo indeterminato ma impelagato nelle paludi della “consulenza” (su cui mi riservo un altro post). Non guadagnavo male, ma il mio futuro professionale (non economico) sembrava incerto, e, assai probabilmente, mi sarei dovuto spostare comunque in un’altra città italiana (cosa non comodissima).  Ero un po’ stufo di non poter seguire un percorso completo e di partecipare solo in parte al processo di sviluppo (cosa tipica in caso di consulenza), senza la possibilità di approfondire, se non per conto mio.

A differenza di tanti “cervelli”, avevo trovato il mio spazio in Italia, nonostante mi stesse molto, molto stretto e fosse un po’ soffocante. Non stavo cercando un lavoro, lo avevo già.

Un ex-collega mi ha segnalato un link con una posizione di lavoro aperta dal mio attuale datore di lavoro in Inghilterra. Ero curioso e spaventato, confuso sulla possibilità di partire o meno. Rincuorato dal fatto che, essendo un idiota, non mi avrebbero sicuramente preso, tanto valeva provare a fare i vari colloqui per vedere come andava. Mando il CV, aspetto un po’ e dopo un po’ mi chiedono di fare un test on-line. Ad essere onesto ero abbastanza preso dal lavoro in quel periodo, quindi non dedicai nemmeno un minuto a preparami, dicendo tra me e me che “sarebbe stata per un’altra volta”. Feci il test, di fretta e non troppo convinto (ancora oggi su due domande non ricordo cosa risposi). Dopo qualche tempo vengo richiamato dall’azienda, perché il test aveva dato esito positivo. Io quasi non ci credevo, ma volevano fare un colloquio telefonico. Approfittando di una pausa pranzo generosa (e saltando il pranzo), mi faccio chiamare. Parte una lunga conversazione su argomenti tecnici specifici. Noto una certa sorpresa quando spiego il tipo di lavoro che ho svolto sin ora ed ancor di più quando faccio una cosa che non si aspettavano in un colloquio; la totale sincerità. Quando mi chiedevano qualcosa di cui non avevo padronanza lo dicevo apertamente, senza nascondermi dietro un dito. Diretto, onesto, quasi disinteressato, ma comunque curioso di conoscere il perché di tali domande. Alla fine del colloquio mi ero convinto ancora una volta che i miei pochi ma onesti e brutali “I don’t know”, avessero precluso ogni possibilità di poter progredire nel percorso di assunzione. Ancora una volta mi stavo sbagliando; a quanto pare le cose che avevo espresso nel mio inglese non proprio perfetto erano assai più importanti di quelle che non avevo detto. Con grande sorpresa ricevetti l’invito a partecipare ad un colloquio dal vivo. Ancora una volta pensai al fatto di avere poche possibilità: il mio inglese carente ed alcune mancanze sulla preparazione (in particolare in ambito di grafica 3D) mi facevano presagire un esito negativo. Lo riconosco, l’ottimismo non è stato tra le mie qualità, ma non avevo niente da perdere (l’albergo e il volo lo pagavano loro), quindi si trattava solo di metterci un giorno di ferie ed un po’ di buona volontà. Era una buona occasione per andare, anche solo per due giorni, in Inghilterra, dove non avevo mai messo piede. In una fredda giornata di febbraio, partii con lo spirito di chi va a farsi una passeggiata, senza particolari traguardi ed obiettivi. Arrivato li, oltre a poter constatare la scarsa qualità dell’albergo e le insidie del cibo inglese, sono riuscito a vedere il mio amico, che, con grande ospitalità mi offri un generoso piatto di amatriciana definendola “la cosa più buona da mangiare che tu possa trovare nel raggio di chilometri”. Mesi dopo scoprirò che tale definizione non era sbagliata.

Al colloquio del giorno successivo, ancora sotto i postumi di un pranzo/colazione all’inglese, affrontai il colloquio; fui sorpreso nel notare che l’aspetto tecnico era marcatamente in secondo piano. Le domande erano per lo più rivolte ad aspetti metodologici per la risoluzione dei problemi più svariati; in un certo senso erano più interessati a vedermi affrontare qualcosa che non avevo mai visto piuttosto che altri tipi di problemi tecnici su cui avevo maggior confidenza. A fare la differenza furono il metodo e soprattutto l’atteggiamento con cui mi ponevo su quei problemi. Dopo tre ore di colloqui (sono stati 3 diversi colloqui di fila), mi sentivo un po’ svuotato, stanco ma per la prima volta anche sicuro di avercela fatta; a differenza delle volte precedenti infatti, sapevo di potermi aspettare una telefona con relativa proposta di lavoro (che arrivo puntualmente in due settimane).

Nel maggio seguente (ci sono voluti i tempi tecnici per lasciare il vecchio lavoro) ho cominciato il mio lavoro presso Kings Langley, un piccolo paese ai margini di Londra (praticamente sulla M25).  Non sono stato costretto a partire. Ciò fa del mio viaggio non una costrizione o una necessità, ma una scelta e di conseguenza la mia non è stata una “fuga” ma una “partenza”. È stato un anno difficile, impegnativo e ricco di sfide, con alcuni momenti di sconforto ma anche con qualche bella soddisfazione. Ho imparato molto, ma ho potuto dare anche il mio contributo, in una azienda che, nonostante la mia non giovanissima età, mi ha dato delle ottime possibilità di crescita professionale.

L’altra faccia della medaglia è legata proprio al paese, che non è un paese accogliente sotto molti certi punti di vista, e decisamente sotto gli standard italiani per altri aspetti.

Il fastidio

 

In questa esperienza ho scoperto che trasferirsi all’estero per lavoro comporta alcuni fastidi notevoli sia nel nuovo paese che in quello di provenienza.

 

Gli Italiani all’estero devono combattere con un discreto numero di luoghi comuni presenti nel paese ospitante, e, per quanto crediamo di essere famosi per cose positive, tendono ad associarci con molti aspetti negativi.

Sui problemi di un italiano (per giunta una buona forchetta come me) in Inghilterra credo si possa scrivere un libro (ammesso che qualcuno non lo abbia già fatto).

 

Quello che invece non mi aspettavo sono i pregiudizi e le opinioni da bar dell’ “uomo della strada” in Italia. In particolare, nelle rare occasioni in cui tornavo in Italia per vedere le persone a cui tengo, mi è capitato di sentirmi rivolgere frasi “prestampate” del tipo:

  • “Beato te che stai all’estero”: Certo, abbandonare famiglia, amici, affetti vari per andare in un paese dove mediamente il cibo fa schifo con un clima orrendo e con delle case che sembrano costruite con il cartongesso marcio è l’esempio tipico della beatitudine. Per chi si trasferisce, al di là del singolo aspetto economico che effettivamente può migliorare, parte una vita di pesanti rinunce.
  • “Come sei fortunato”: Questa poi mi manda i pazzi; la fortuna centra poco o niente, per arrivare ad avere un lavoro qui ho dovuto mandare un CV, fare 3 colloqui ed un esame per dimostrare le mie capacità. Il che considerato il mio inglese alquanto scadente, ha richiesto un notevole impegno. Da quanto so, non tirano a sorte le persone da assumere, quindi non vedo la parte in cui avrebbe operato la famigerata fortuna.
  • “Chi lascia l’Italia è un ingrato, che preferisce andare all’estero piuttosto che restare qui e combattere”. Questa è “l’apice dell’apoteosi” (cit.) della stupidità, o la sintesi della disgrazia. “Restare a combattere” sarebbe stato possibile qualora fosse esista una battaglia, cosa che in realtà non c’è; quello che c’è è una serie di aziende completamente disinteressate al valore della singola risorsa umana, per cui molte volte uno vale l’altro. Sono imprese che non stimolano, non formano e cosa più importante, in molti casi, quando provi a far cambiare le cose ti fanno notare la pila di CV di gente che vorrebbe lavorare al posto tuo; non importa se quelle persone hanno la tua medesima preparazione o il tuo talento, perché in molti casi a loro non interessa. L’annichilimento delle doti dei singoli porta ad un notevole risparmio per le imprese, a discapito della qualità finale (che talvolta sembra essere considerata un lusso, e non una cosa necessaria).
  • “ma chi te lo fa fare di tornare qui”: Un altro aspetto che trovo fastidioso e che parlando con i miei connazionali considerano assurdo il fatto che uno voglia tornare in Italia. Non solo non riescono a capirne i motivi (forse dovuto alla credenza popolare che all’estero sia tutto perfetto), ma talvolta ti trattano come lo “straniero” che viene in Italia a rubargli il lavoro. Molti di quelli che rimangono in Italia, considerano il viaggio per andare all’estero per lavoro come un viaggio di sola andata; una volta partito non puoi tornare indietro, altrimenti torni a competere con altri per il medesimo lavoro, magari con un CV ed una preparazione migliore.

 

Riflessione

Il giorno della partenza, parlando con mia madre, che mal celava la sua preoccupazione per la mia partenza, le dissi: “la cosa grave non sono i cervelli in fuga. Il sintomo veramente preoccupante che adesso a partire siano anche gli stupidi come me”. In realtà, il problema della fuga di cervelli è un problema serio, ma che segnale possiamo ricevere dal fatto che non solo loro più loro a partire per cercare occasioni di crescita professionale?

E badate bene, qui non sono certo il solo: guardando alla azienda dove lavoro ed ad altre del medesimo settore, sono tanti gli ottimi lavoratori italiani, che magari non ricadono nella definizione di cervelli, ma sicuramente di grande spessore professionale e tecnico (molti dei quali ad un livello decisamente superiore al mio). E molti di quelli con cui ho parlato hanno storie simili alle mia, ovvero di coloro che hanno deciso di partire non per una marcata esterofilia o perché studi dell’Italia, ma semplicemente perché non sono riusciti a trovare le opportunità per esprimere al meglio il loro grande potenziale.

So che va di moda prendersela con lo stato, che pure ha le sue colpe, ma forse non sarebbe opportuno aprire una discussione sulla carenza totale di grande imprenditorialità e di cultura industriale? Le nostre grandi aziende, quelle poche che sono rimaste, si sono forse dimenticate di cosa voglia dire “produrre tecnologia”, in favore di giochi finanziari di dubbio valore.

Written by axjslack

maggio 31, 2016 a 4:35 pm

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