Alexjan Carraturo

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Il mio addio al Fedoraproject

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Premessa: A distanza di poche ore, mi sono giunte numerose richieste di chiarimento sulle motivazioni che mi hanno portato, ieri, martedì 2 maggio, ad abbandonare il mio ruolo di Ambassador (e qualsiasi altra forma di partecipazione) del Fedoraproject. Senza falsa modestia, ero onestamente convinto che la cosa non interessasse più di tanto ad alcuno.
A fronte di queste richieste però, cercherò di chiarire il mio punto di vista in modo “pubblico”, evitando, per ovvi motivi, di entrare troppo nello specifico dei nomi, per concentrarmi maggiormente sui concetti.

Credo non sia un segreto per nessuno, che, negli ultimi anni, il Fedoraproject è cambiato profondamente, sia nelle persone che gestiscono il progetto, sia nei modi in cui viene gestito.
La prima impressione infatti è che, nel corso del tempo, il progetto abbia perso le caratteristiche tipiche del progetto “commynity driven”, per essere sempre di più un progetto “company driven”. Il che, sia ben chiaro, non è necessariamente un male, anzi, in taluni casi può aiutare anche nell’evoluzione di determinati prodotti. Fatto è che io sono, o per meglio dire ero, un elemento della community e non un dipendente, e quindi posso non gradire come vengono selezionate alcune cariche, ed alcune dinamiche “interne”, non sempre visibili al grande pubblico.


Quanto dico, oltre che nella gestione della community, sembra sia riflesso nella filosofia del software, che, pur essendo sempre stata una distribuzione GNU/Linux notoriamente “Bleeding edge” (tanto da esserne un vanto), adesso sembra aver assunto il ruolo di “banco di prova” per bisogni “esterni”. Questo si riflette automaticamente in delle scelte che, alla prova dei fatti, hanno inciso negativamente sul giudizio dei principianti, ovvero delle persone con scarsa esperienza in ambito GNU/Linux.

Non so come il QA abbia giudicato le release 15 e 16 di Fedora, ma, mettendola alla prova degli utenti, in molti le hanno classificate come “troppo complesse”, o talvolta “instabili” per arrivare sino a “poco utilizzabili”.

Questo rende quasi totalmente inutile e vano il lavoro di Ambassador, almeno nella mia concezione.

Mi permetto di notare inoltre che, da quando ho memoria, il Fedoraproject soffre della sindrome del “celolunghismo” ( gara a chi ce l’ha più lungo, ma evitiamo di indicare cosa) nei confronti di Ubuntu. A guardare bene, sembrerebbe che alcune scelte strategiche, siano fatte in diretta contrapposizione con quello che fa Ubuntu; ritengo non ci sia niente di male ad essere “anticonformisti” e originali, ma è sbagliato esserlo per forza (e questo vale per tutto).

Un altro punto che mi ha spinto a lasciare, è il modo differente in cui viene concepito l’incarico di Ambassador da parte mia e da parte di alcuni esponenti di rilievo del gruppo Ambassador.

Io, forse per esperienza personale di attivista del Software Libero, sono sempre stato convinto che il lavoro principale di un Ambassador sia quello di organizzare e/o presenziare agli eventi, partecipare alle fiere, andare nelle scuole e nelle università, ed, in definitiva, stare dal vivo tra la gente. Da certi discorsi che però ho sentito fare però, pare che detta attività, sia nella pratica subordinata rispetto alla attività “virtuale”; in alcuni casi è stato dato maggior peso al fare una pagina sulla base del template nel wiki ufficiale, o l’apertura dei ticket alla regola, piuttosto che l’organizzazione sul campo degli eventi “base” (quelli che io chiamo “di prima promozione”), che, almeno in un paese come l’Italia, richiedono esperienza, capacità ed un grande impegno.

Ciò porta ad un altra osservazione, anche questa facilmente verificabile, ovvero di come, dal 2008 ad oggi, sia aumentata la “burocrazia” all’interno della comunità stessa, rendendo certi passaggi assai macchinosi, verbosi, e di una certa lentezza. Mi piace ricordare che, ai tempi di Max e Luca, era ben diverso (chi ci ha lavorato, sa di cosa parlo).

A fronte di questo cambiamento, avevamo provato, in sede di FUDCon 2011, a Milano, a cambiare le cose, cercando di proporre delle figure intermedie che fungessero da interfacce tra la comunità Italiana ed Federa-EMEA, facilitando il lavoro sul campo degli ambassador, coordinandolo (senza generare nuove figure di potere). Ciò, pur avendo incontrato il favore di alcuni elementi importanti a livello EMEA (e non solo), fu fermato, senza troppi giri di parole da una dipendente di Red Hat, che già all’epoca aveva importanti incarichi in Fedora, e dal suo fido “tirapiedi” (per non dire di peggio). Tutto ciò non ha fatto che confermare la sensazione di quanto e come la “community” sia, al di là delle dichiarazioni ufficiali, in realtà subordinata alla “company”. La recente discussione, poi sgonfiatasi in un nulla di fatto, sul nome di Fedora 18,

Da quel momento, ho cominciato a maturare l’idea di lasciare la community Fedora, perché in assoluto, non risponde più al progetto a cui idealmente vorrei collaborare.

In ultimo, riguardando gli ultimi trascorsi all’interno della parte Italiana del Fedoraproject, mi sono reso conto che la maggior parte delle volte che c’era attività, non era per promuovere qualcosa, ma per discussioni spesso caratterizzate da astio e toni assai poco gradevoli. Spesso ho ritenuto tali discussioni figlie di alcune carenze strutturali nel programma ambassador a livello locale, cosa a cui ho accennato precedentemente.

Non cerco sostenitori, e non voglio essere in aperta polemica (o almeno non questa volta) con il Fedoraproject e parte della sua comunità. Dal mio punto di vista, il Fedoraproject non fa più per me, ma, volendo girare la cosa in chiave meno problematica, e assai probabile che il mio modo di pensare ed agire non siano compatibili con questa community. Non pretendo che Fedora cambi se i problemi che noto sono solo frutto di una mia impressione, anche se ne dubito, ma non credo nemmeno sia opportuno che mi si richieda il contrario.

Potrei citare i più classici dei luoghi comuni sulle relazioni “E’ stato bello finché è durato” o “possiamo rimanere buoni amici” o “prendiamoci una pausa di riflessione”, ma, come molti hanno avuto modo di provare sulla propria pelle, sono spesso sintomatici di una chiusura incontrovertibile.

Vorrei chiudere questa mia riflessione, ricordando i bei momenti che ho vissuto con Fedora, come il Software Freedom Day 2008 (con una straordinaria partecipazione di Francesco), il DFD09 (grazie Luca) la Fiera di Mantova (con Gianluca e Luca), la fiera di Cerea, i vari Linux Day (con particolare affetto per quello di Sassari del 2009), Better Software 2010 ( Gianluca mi devi ancora un favore!!!), o tutti gli altri eventi fatti con FSUGItalia con Marina ed Alessandro.

In altre parole, i momenti migliori, sono stati quelli dal vivo, e per questo vorrei ringraziare tutte le persone che ho avuto il piacere di conoscere grazie a Fedora.
Anche se non ci sono tutti i “nomi” per esteso, molti di coloro che hanno letto capiranno perfettamente a chi faccio riferimento nelle varie situazioni.

Alexjan

Come al solito, quando scrivo di getto, non escludo di aver scritto un “mattone” lungo e noioso, con i caratteristici errori di battitura o dimenticanze varie.

 

Written by axjslack

maggio 3, 2012 a 12:54 pm

Pubblicato su Commenti

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4 Risposte

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  1. Chiaro e onesto, proprio come dovrebbe essere un membro della community di Fedoraproject.

    TheJoe

    maggio 4, 2012 at 8:07 am

  2. Anche per me non hai scritto “un mattone” ma una ragionata esposizione del tuo sentire e per questo ti ringrazio … sei stato elegante e sopratutto, come detto da TheJoe qui sopra, chiaro e onesto.

    Ora la domanda nasce spontanea … ti andrai ad impegnare in qualche altra realtà analoga?

    kOoLiNuS

    maggio 26, 2012 at 4:36 pm

  3. @Koolinus: in realtà, ricopro già da tempo il ruolo di ambassador per openSUSE, oltre a seguire come amminstratore di FSUGItalia, se è questo che intendevi.

    axjslack

    maggio 26, 2012 at 9:58 pm

  4. Citato:
    “La prima impressione infatti è che, nel corso del tempo, il progetto abbia perso le caratteristiche tipiche del progetto “commynity driven”, per essere sempre di più un progetto “company driven”. Il che, sia ben chiaro, non è necessariamente un male, anzi, in taluni casi può aiutare anche nell’evoluzione di determinati prodotti”.

    Non è un mistero per nessuno che Fedora sia il banco di prova per le future soluzioni RHEL e questo, IMHO, è un bene perchè permette a Fedora di avere un’azienda solida alle spalle (che poi, sul lungo periodo, permette a Fedora di diventare una distro sempre più solida). A me il termine “company driven” non fa paura.

    Citato:
    “Non so come il QA abbia giudicato le release 15 e 16 di Fedora, ma, mettendola alla prova degli utenti, in molti le hanno classificate come “troppo complesse”, o talvolta “instabili” per arrivare sino a “poco utilizzabili”.

    Troppo complesse? Poco utilizzabili? Io direi “più difficili da utilizzare” rispetto alle onnipresenti Ubuntu-Kubuntu-Xubuntu-Lubuntu. Però bisogna anche dire che l’obiettivo del Fedora project è quello di creare un s.o. 100% open source, non una distro user-friendly.

    Instabili? Questo talvolta è vero. Per quanto riguarda la mia esperienza, ho recentemente avuto problemi di stabilità con Fedora 16 KDE spin, che all’aggiornamento al KDE 4.8 mi ha mandato in tilt il sistema operativo (è la prima volta che mi accade). In più, installando (sempre F16) con “groupistall” si ottengono talvolta (in alcuni gruppi) degli errori di dipendenze non risolte.

    Se dovessi fare una critica a Fedora, consiglierei di mantenere meglio i pacchetti RPM (in modo da evitare le “dipendenze non risolte”) e più lunghe fasi di test prima di rilasciare gli aggiornamenti di sistema.

    Anonimo

    maggio 28, 2012 at 8:03 pm


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