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Libera o non Libera, questa è la distribuzione.

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Dopo anni di civile convivenza tra FSF e le distro GNU/Linux presenti sulla piazza, da qualche anno, cresce in continuazione la polemica sulla presenza o meno di software “proprietario” (anche se in alcuni casi tale termine è usato impropriamente) sulle distribuzioni GNU/Linux. Dalla precisazione che ho fatto sopra, c’è porre delle premesse particolari, che potranno sembrare scontate, ma non lo sono per tutti.

Spiegandola in maniera semplice possiamo dire, che quasi tutte le più grandi distribuzioni GNU/Linux non rientrano nei canoni FSF (nomi eccellenti come Ubuntu, Fedora, openSUSE, Debian, Mint, Arch, Slackware), ma solo poche distribuzioni derivate la cui lista è disponibile sul sito di FSF ( http://www.gnu.org/distros/free-distros.html ), di cui parlerò in seguito.

Prendiamo per buona la definizione di Software Libero, direttamente da quella di FSF, e quindi delle 4 libertà del software; da questo assunto però non possiamo altresì considerare la GPL (se non nella sua versione v.3) come garanzia assoluta di “software libero”. Vedremo infatti che talvolta, nel contendere, rientrano anche programmi (o frammenti di tali) rilasciati in GPL v.2, ma non considerati “liberi”. Ricordo, in aiuto del lettore novizio, che, per quanto sempre licenze FSF, la v.3 arriva nel 2007, a differenza della v.2 che è del 1991; in particolare la GPL v.2, nonostante sia stata pensata anche essa per mantenere le 4 libertà fondamentali, è stata scritta basandosi esclusivamente sulle leggi statunitensi del copyright, non considerando il vincolo forte delle “software patents”. Inoltre, cosa contestata dai più, con l’uso ambiguo e poco chiaro dei termini “distribution” e “derivate work”. Queste “mancanze” e “ambiguità” sono state abbondantemente correte nella versione v.3.

Concedetemi adesso la possibilità di dividere il discorso su 3 filoni differenti, a seconda del tipo di software proprietario (o presunto tale) che vi è a monte della contestazione da parte della FSF; Kernel, Programmi e Standard.

1) Kernel: Per chi ha confidenza con il concetto di kernel è abituato a pensarlo come il nucleo principale del sistema operativo, all’interno del quale esistono le “funzioni primitive” di gestione del sistema operativo, e, nel caso di sistemi come Linux o BSD, della categoria dei “monolitici” (ovvero dove è tutto incluso nel kernel), il posto dove risiedono i driver. Con “driver” si intendono genericamente quei “programmi” (il termine è improprio) atti alla gestione delle varie componenti hardware. Sappiamo che per vari motivi, gia abbondantemente spiegati dalla Linux Foundation, il kernel Linux è rilasciato sotto forma di licenza GPL v.2. All’interno del kernel (sorgente), così come rilasciato dalla Linux Foundation (generalmente si indica con il termine vanilla) , sono presenti, oltre a numerosi driver di cui è disponibile il codice, numerosi driver presenti richiedono il caricamento di un “firmware” esterno, o di codice normale accompagnato da “blob binario” (possiamo immaginarlo come un grosso array numerico, da cui difficilmente possiamo capire cosa ci sia scritto dentro). Questo tipo di comportamento, tenuto dagli sviluppatori Linux per venire incontro alle casi produttrici di hardware, che pur volendo offrire un supporto a Linux, non erano ansiose di rilasciare i propri codici, ha mandato su tutte le furie i puristi del software libero, che si ritrovavano pezzi di codice “proprietario” (definizione impropria, perchè assume che tutto ciò che non sia libero secondo GPL sia proprietario, in realtà ci sono diversi toni di grigio tra il bianco ed il nero) nel kernel. Senza perdita di generalità, possiamo dire che lo stesso vale per i driver ( in quel caso molto più proprietari nella licenza di rilascio ) di alcune schede grafiche di grande successo come Ati e NVIDIA, che però, proprio per motivi di licenza è rilasciato esternamente al kernel (ciò è dovuto anche a brevetti e segreti industriali di ditte terze che collaborano con loro). Tornando al kernel però, a difesa di Torvalds e soci c’è sicuramente il fatto che molte delle periferiche di nuova generazione escono si con il supporto Linux, ma con il loro bel firmware (basti pensare a prodotti come le schede wireless della intel, senza dubbio le “best seller”, insieme a broadcom, nel mercato). In altre parole, rinunciare alla possibilità di avere questi driver, per molti nella comunità, sarebbe un suicidio e la vanificazione del lavoro fatto in tutti questi anni per diffondere Linux (e di consenguenza i sistemi GNU/Linux). I più fedeli alle regole FSF hanno trovato la loro soluzione nel kernel Linux-libre, una versione in cui vengono rimossi i driver non completamente liberi, ovviamente, riducendo pesantemente la compatibilità hardware. E non si parla solo di schede wireless, ma anche di schede di rete, grafiche, schede TV, bluetooth  ed altre. In alcuni computer, dopo alcuni test, si rischia di ritrovarsi con il solo terminale, incapace di comunicare con il resto del mondo. Ovviamente sono solo alcuni casi. In altri casi le limitazioni possono essere ridotte, ed in alcuni casi di macchine, addirittura si arriva al 100% di copertura con i soli driver liberi. Ovviamente, si parla di casi specifici, generalmente ben lontani da quello “general porpouse”, reperibile nei comuni negozi di computer. Ovviamente, distrubuzioni che cercano di mantenersi sia mainstream che user-friendly (Fedora, Ubuntu, OpenSUSE ma anche Debian, Slackware, Arch o Gentoo) si mantengono sul Vanilla (quindi quello rilasciato dalla Linux Foundation), aggiungendo un numero arbitrario di patch (modifiche) per aumentare ancora di più la compatibilità e la stabilità del sistema. Questo ha portato i seguagi FSF a cercare distribuzioni diverse, basate sulle mainstream di cui sopra, ma integranti di base il kernel Linux-Libre, per essere sicuri al 100% di non utilizzare software proprietario (Es. GnewSense, Blag, Dragora etc…). Un discorso a parte è da farsi per i driver proprietari esterni al kenrel; ad oggi molte distribuzioni, anche mainstream, tengono fuori questi driver sia dal repository principale di installazione, sia per quello degli aggiornamenti, posizionandoli appositamente in mirror esterni, attivabili solo a richiesta dell’utente, ed in alcuni casi, con tanto di avviso sul fatto che possano contenere software non libero.  In questo modo, si cerca di lasciare al’utente la libertà di scegliere cose volere nel proprio sistema. Su distro come GnewSense ovviamente ciò è reso virtualmente impossibile, perchè tali mirror non sono attivabili (in realtà con un piccolo hack, anche su quelle si può installare tutto il software proprietario che si vuole). Vedremo poi che la ragion d’essere di queste distribuzioni, essendo impossibile bloccare l’installazione di software proprietario o non libero, sia semplicemente quella di non “consigliarlo”.

2) Programmi; contrariamente a quanto si può pensare comunemente, il fatto che un programma funzioni sotto sistemi GNU/Linux non vuol dire che sia necessariamente software libero. Anzi, con il passare del tempo, aumenta sempre di più la possibilità di installare software non libero, o proprietario all’interno del proprio sistema GNU/Linux. Basta citare esempi come Skype o Nero (versione Linux) per capire di cosa si stia parlando; questi programmi, pur eseguendosi perfettamente sotto linux, sono quanto di più lontano dall’essere software libero. Anche qui, la differenza tra le distribuzioni 100% libere e quelle è visibile nella possibile attivazione o meno di determinati mirror (sorgenti software) aggiuntivi, un po’ come si era visto nei driver del kernel. Una menzione particolare spetta poi alle plug-in, ovvero a quei “sotto-programmi”, ideati per completare, aumentare o modificare le funzioni di un determinato programma; l’esempio più comune di plug-in in ambito linux è senza dubbio il browser firefox, dove, attraverso semplici operazioni è possibile attivare plug-in rilasciate con qualsivoglia tipo di licenza; bene inteso rimane il fatto che Firefox in se esce come software libero, ma che, secondo alcuni, suggerisce (o consente) l’installazione di plug-in proprietari. Uno su tutti, e neanche a dirlo, è il supporto per il Flash. Per ovviare a ciò, i puristi del software libero indicano come soluzioni l’utilizzo di IceCat (fork di Firefox con restrizioni in merito alle plug-in) e per quanto riguarda Flash, consigliano l’utilizzo di Gnash, che dovrebbe sostituirsi a Flash. Gnash però, almeno su i test che ho condotto sino ad adesso (versione 0.86), non sembra funzionare minimamente con i video ed i siti con contenuti Flash più comuni (es. youtube). Distribuzioni come Fedora ad esempio, rilasciano nella loro repository Gnash, e non Flash, che è rilasciato su un mirror completamente estraneo, ma il semplice fatto che sul sito venga descritta la modalità di installazione della plug-in (con tanto di disclaimer sul fatto che non sia software libero), suggerisce ai puristi ben pensanti di condannare tale atteggiamento come “suggerimento di software non libero”. Ovviamente, una distribuzione 100% free, non garantisce l’impossibilità di installare queste plug-in o questo software, ma solo di renderlo più arduo (in alcuni casi neanche tanto). Ricordiamoci infatti che molte di esse sono comunque cloni, e quindi in qualche modo compatibili con la versione originale (es GnewSense -> Ubuntu, e nelle prossime versioni Debian ). La tanto proclamata “garanzia di software libero”, in realtà, non solo non è a prova di “power user”, che facilmente riuscerebbe consapevolmente ad installare al suo interno software non libero, ma neanche a prova di utente normale, che incosapevolmente riuscirebbe facilmente ad installare software non libero.

3) Standard (e formati): Su questo non vi è a tutt’oggi una grandissima chiarezza, e per fortuna, nemmeno quella rigidità mostrata in altri ambiti. Se parliamo di standard o formati, a parte qualche piccola eccezione, le distribuzioni più o meno si equivalgono nel supporto, fatta eccezione, per esempio, per l’utilizzo di Codec proprietari (Flash, Divx, RealPlayer, Quick Time, etc.. ) che sono esclusi. Risultano invece supportati quelli della famiglia “peg” (mpeg, jpeg, mp3) se non con qualche limitazione di sorta; tale cosa non deve stupire, in quanto, pur essendo formati proprietari, esistono software liberi per la loro “lettura”. Ovviamente, se si considera l’utente tipo della distro 100% Free, la tendenza sarà quella di evitare possibili compromessi ed utilizzare standard aperti ( ogg, theora, Xvid, odf… ). Questi standard purtroppo, soprattutto per chi vive in gruppi basati su “sistemi misti”,  sono estremamente sotto utilizzati. Quindi privare un utente della possibilità di installare determinati “codec”, può voler rappresentare il mancato accesso a determinati documenti o file. Questo nell’utente medio, non verrebe certo visto come aspetto negativo degli standard chiusi, ma semplicemente come fallimento e mancata funzionalità del software libero. A volte, quando si parla di software libero, molti, soprattutto i più “fanatici”, dimenticano che nella maggior parte dei casi, dall’altra parte dello schermo, non ci sono degli attivisti, ma dei semplici “utenti”, che non sono disposti a sacrificare la funzionalità in cambio della libertà. L’utente vede il computer, e quindi il software su di esso installato, come un mezzo per svolgere determinati compiti; se non li svolge come si aspetta, l’utente cercherà un colpevole, e, escludendo se stesso, a parità di hardware, farà il confronto tra qullo che poteva fare prima con “Windows” e quello che non riesce a fare ora con Linux (che sia anche semplicemente guardarsi un film). La differenza risultante farà si che l’utente medio  non veda il problema degli standard, ma confermerà quell’antico e sbagliato pregiudizio che “se è gratis vale di meno”.

Ovviamente, che si usi una distribuzione 100% Free o meno, tali standard, e sto dando un parere personale, dovrebbero essere fortemente incoraggiati. Tale tema però meriterebbe una trattazione a parte più dettagliata.

Volendo dirla tutta, anche le distribuzioni “mainstream”, pur garantendo la piena funzionalità del sistema, e la possibilità agli utenti di installare il software che preferiscono, dovrebbero chiedere all’utente finale “il permesso” (durante l’installazione o l’uso quotidiano) per installare software proprietario (o comunque non libero), spiegando, se possibile, i rischi e le negatività del software non libero.

Il fatto di cercare di impedire (in maneira comunque relativamente blanda) l’installazione del software non libero rappresenta una grave mancanza di fiducia nell’utente finale e nella sua capacità di scelta individuale.Molti attivisti facenti parti dei progetti “100% Free”, tendono a considerare come assunto che, se la distribuzione consente l’installazione di software non libero, allora tutti gli utenti installeranno detto software, e che se un utente inzia con una distribuzione (di solito si porta ad esempio Ubuntu) utilizzeranno sempre e solo ubuntu. Questi due assunti, appartengono alla sfera della presunzione;si presume che tutti gli utenti in questione non si evolvano e non compiano scelte indipendenti, mentre già il fatto che molti di essi abbiano abbandonato sistemi interamenti proprietari dovrebbe far riflettere sulla loro capacità e voglia di cercare alternative libere. Ci tengo a ribadire che per quanto debba essere permessa la scelta del software, soprattutto per particolari esigenze inalienabili (vedi a volte i driver o alcuni software con cui si deve lavorare) non ne incoraggio c’ero l’uso…. se si può è preferibile usare ekiga a skype, brasero a nero ed i driver liberi qualora presenti e funzionanti (per fare solo degli esempi)

Inoltre, è questo secondo me è la vera chiave di volta della questione, è inutile se non addirittura controproducente “forzare” gli utenti (e questo termine dovrebbe far riflettere parlando di software libero) ad utilizzare solo software libero, cercando in ogni modo di demonizzare le distribuzioni che non seguono  le strette condizioni FSF (che come evidenziato in precedenza, possono mancare di praticità) da cui magari derivano le stesse 100% Free.

Per inciso, non ho niente contro chi promuove ed utilizza distribuzioni completamente libere, e,come in passato, mi sentirei di propendere per un atteggiamento di confronto e di dialogo (magari anche acceso come in passato), ma evitando i possibili dogmatismi. In prima persona riconosco in questo tipo di “attivista” un grande entusiasmo ed una grande fede nel software libero, ma che ha volte finisce nello esaurirsi in attività di comunicazione esclusivamente legate al web (mailing, blog o wiki) e in taluni casi in mere attività di disturbo (flame).

La loro coerenza estrema a volte rischia di sfociare nel mero dogmatismo, arrivando a conlcudere le discussioni sempre e solo citando le pagine di FSF e del progetto GNU come un nuovo “ipse dixit”.

Inoltre, la scelta “ascetica” mal si concilia a volte con i caratteri promozionali dei vari lug, che portano avanti attività di diffusione del software libero (anche in forme non esattamente conformi ai dogmi della FSF). Se per essi l’unico modo per diffondere il software libero è la completa coerenza ai principi FSF (opinabile a mio avviso, ma non biasimabile), per molti altri, tra cui io, è vero che per far trionfare gli standard aperti e la libertà è necessaria una grande piattaforma utenti/cittadini e ciò può accettare dei “compromessi” su alcune cose.

In taluni casi mi sono sentito dire che è meglio “lasciare Windows che installare Ubuntu, perchè ubuntu falsa il messaggio del software libero”; inutile che vi dica che ritengo tale cosa una sciocchezza. Se consideriamo anche il fatto di portare il grado di libertà dallo 0% al 95% è già un notevole progresso. Se poi, come dicevo, si ha fiducia nell’utente, e non lo si considera un deficiente incapace di scegliere cosa vuole, e se veramente l’utente vorrà, farà di tutto per completare il passaggio di quel 5% per arrivare al 100%. Ed anche nel caso non lo facesse, è stato comunque un vantaggio per realizzare quella massa critica necessaria per diffondere quel tipo di “standard de facto” (in questo caso standard aperti) che abitualmente affollano la vita informatica dell’utente medio. Posti davanti alla scelta 0% o 100% ad oggi, il numero di persone che si adopera, che usa e che promuove il software libero, sarebbe assai inferiore, con conseguenze evidenti per il software libero stesso.

La parola compromesso è stata ripetuta numerose volte durante questo “post”, ma non è a caso; fa riferimento proprio ad un articolo scritto sul sito di GNU ( http://www.gnu.org/philosophy/compromise.it.html ) dove si enfatizzano i rischi e le controversie dei “compromessi”, riferendosi in molti casi alle medesime argomentazioni discusse proprio su questo post. Come risulterà evidente, io sono orientanto diversamente da R. Stallamn, almeno su questo argomento, anche se comprendo che nella sua opera “promozione” dei principi del software libero,  tale coerenza sia necessaria e perchè no, persino dovuta in quanto egli primo propositari di detti principi. Ma nell’ambito quotidiano, nella vita di tutti i giorni, tale attaccamento, se pure parzialmente possibile, potrebbe condurre a pochi risultati.

Tali differenze non dovrebbero però portare a divisioni perchè in genere, anche chi accetta il compromesso, ma conosce cosa sia il software libero, qualora si trovasse davanti ad una scelta possibile (libero o non libero) sceglierebbe e preferirebbe la versione libera; si dovrebbero quindi identificare gli scopi comuni (e ce ne sono) e a volte tralasciare delle inutili quanto pericole guerre “intestine”, e procedere in avanti rispettando le dovute differenze.

Alla fine, il “mio” messaggio direi che è sufficientemente chiaro: moderazione. Un principio per quanto giusto, per essere veramente utile all’umanità, deve prevedere delle eccezioni (anche quelle però devono essere moderate).

Written by axjslack

maggio 17, 2010 a 10:55 am

2 Risposte

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  1. Io sono anni che lo dico che non capisco come si possa dire “se tu vuoi essere libero come la libertà, devi usare solo il software che IO dico che è libero”…

    vedi http://digifreedom.net/node/56 e http://digifreedom.net/node/57

    M. Fioretti

    maggio 17, 2010 at 12:24 pm

  2. Sono d’accordo con fioretti… alla fine la vera libertá sta nello segliere che strumenti utilizzare sapendo peró che cosa é il concetti di sw libero.

    Secondo me una persona ben istruita su cosa sia il sw libero che utilizza widows é ben piú libero di chi usa linux solo perché fa figo e “haker” ;p

    alorenzi

    maggio 18, 2010 at 3:05 pm


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